Accademia di Musica e Danza | Palazzo Valli BruniComo
258
page-template-default,page,page-id-258,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,qode-child-theme-ver-16.8.1537777268,qode-theme-ver-16.8,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-5.5.2,vc_responsive
 

Palazzo Valli Bruni
Como

Palazzo Valli Bruni già Palazzo Parravicini

Subito dopo la Chiesa di San Provino, una delle chiese più antiche della città di Como risalente all’epoca longobarda, sorge un palazzo vasto e maestoso, di oltre 40 locali, Palazzo Parravicini, contrassegnato dal civico 1 di Via Rodari. L’edificio è di impianto medievale ma fu ampiamente ristrutturato nei secoli successivi. Il massiccio portale in ghiandone, la finestra soprastante ed il maestoso scalone con balaustra in marmo rivelano una mano della fine del ‘600, mentre le decorazioni interne si protraggono sino al ‘700 e all’epoca imperiale. L’ imponente scalone monumentale al piano rialzato, per un edificio che aveva al pianterreno un portico o comunque uno spazio aperto, fa pensare che potesse trattarsi di un edificio pubblico, e che quindi inevitabilmente andrebbe connesso con la funzione portuale, voluta dai Visconti che trasformò Via Rodari e la piazza limitrofa in una cittadella di porto militare. L’edificio consta di varie ali di fabbricato ed è ricco di cortili e di un bel giardino che si estende lungo tutto il bastione di levante della città . Nel 1785 venne restaurata dall’architetto Simone Cantoni (suoi progetti sono Villa Olmo e il Liceo Volta) in stile neoclassico e nel 1820 dall’architetto Melchiorre Nosetti, lo stesso che disegnò e progettò la tomba di Alessandro Volta. Nel 1922 i fratelli Fermo e Angelo Valli ed Emilio Bruni ne divennero proprietari e durante i restauri, scrostando la facciata su Via Rodari, apparvero i corsi alteranti di marmo bianco di Musso e nero di Varenna, ora ancora visibili sul lato verso S. Provino. Il rifacimento fece assumere al palazzo un aspetto neo-barocco.

Oggi una porzione del Palazzo ospita il Liceo coreutico “Giuditta Pasta”.

Gli interni delle varie sale sono eleganti e riccamente affrescati in stile pompeiano, con soffitti a volta decorati a grottesche. Nella prima sala rossa a sinistra dell’entrata, si trova un soffitto ligneo di grande pregio e il ciclo di affreschi rappresentante “Storie di Antonio e Cleopatra”, attribuibile alla scuola dei fratelli Recchi, che decorarono anche il piano nobile di Palazzo Odescalchi, edificio dirimpetto a Palazzo Parravvicini. Le quattro scene rappresentano “Roma conquista l’Egitto” (parete lato strada con le due finestre) e procedendo in senso orario : “incontro fra Cleopatra ed Antonio “ (i due amanti si incontrarono una prima volta a Roma nel 44a.c., si rividero nel 42a.C a Tarso per poi sposarsi ad Antiochia nel 37 a.C., mentre Marcantonio era in viaggio per la guerra contro i Parti.) La scena successiva rappresenta il banchetto di Antonio e Cleopatra, in cui si racconta che “Marcantonio, invitato da Cleopatra ad un banchetto, rimase colpito dal grande fasto. Per dimostrare la sua indifferenza alle ricchezze, Cleopatra tolse da un suo orecchino una perla preziosa e la sciolse nell’aceto. Mentre si accingeva a ripetere il gesto, Marcantonio la fermò, dichiarandosi vinto. L’ultima scena rappresenta la morte di Cleopatra che si lascia mordere da un’aspide. Nella tradizione la regina si abbandona alla disperazione dopo la sconfitta sua e di Antonio contro Ottaviano (futuro Imperatore Augusto) e il suicidio dell’amato (30a.C.). Gli affreschi di Como fanno eco ad un tema di grande successo all’epoca che trova un massimo esempio nel ciclo “Antonio e Cleopatra” del Tiepolo affrescato a Venezia in Palazzo Labia (1730).

Nella Foto San Provino con il fianco di Palazzo Parravicini con la facciata laterale in marmo bianco e nero.

Nel disegno che ripropone la Via Rodari in epoca medievale si vede il porto in Piazza Roma, sulla sinistra la chiesa di S.Provino e attiguo alla sua destra l’edificio definito ora civico 1. La Piazza è sempre stata indicata come prato fin dalla più antica citazione in uno Statuto del 1292. La zona rientrava nella Contrada dei Liochi, famiglia documentata già in epoca medievale a cui va ricondotto il toponimo. Tale casata modificò il proprio cognome, adottando un tono più aulico, in De Orchi (come fecero anche i Giovio da Zobi, o i Pantera già Pateri). Forse da questa alterazione del nome Liochi in De Orchi trasse spunto la deformazione popolare del toponimo in “delle Ocche” e “ piazza prato detto alle oche”.